Giuseppe Zucco, da Nazione Indiana

Breve storia tascabile della mia avventura in TQ.

Ho seguito TQ dal primo vagito, dal primo stringato articolo apparso sulle pagine di un quotidiano nazionale. Per mesi ho setacciato giornali periodici siti blog per tenermi aggiornato e saperne ancora. Finalmente leggo i primi manifesti licenziati sul web – e la notte stessa, senza neanche aspettare che la lettura si cristallizzi nell’elenco dei punti deboli del discorso, o nella forma di una conoscenza condivisibile, il tipo di folgorazione che ti costringe a intensissimi rapporti telefonici nonostante l’ora, annoto l’indirizzo disponibile, e scrivo la mia lettera di adesione.

Due giorni dopo sono primus inter pares nel gruppo e/o movimento TQ. La difficoltà adesso è seguire il fiotto di mail che si deposita ogni giorno nella mia casella postale. Risalire giornalmente le mail fitte di impegni proposte critiche scritte in orari imprevedibili da gente che perlopiù non so che faccia abbia è tanto disperante quanto salutare: scalare quelle mail, il numero crescente delle adesioni, dà conto di quanto sia buona forte giusta l’idea che ci lega tutti insieme.

A monte della breve storia tascabile: le motivazioni.

Cosa mi ha spinto fino a qui? La consapevolezza del disastro, la consapevolezza del disastro umano storico simbolico materiale in cui mi tocca vivere oggi, la consapevolezza del disastro umano storico simbolico materiale in cui mi tocca vivere oggi in aperta affollatissima solitudine, rassegnandomi nei momenti di lucidità a essere pedina del disastro o a non essere. Dopo avere letto i manifesti, la sensazione è strana: sembra tutto talmente ovvio. Non ce l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi il disastro? Non è l’allegria da fine dei tempi che respiriamo dalla prima adolescenza? Non è la stessa fitta intercostale che taglia il respiro impedendoci di prendere sonno? E se è così, se il disastro ci avesse perversamente fatto dono di questa estrema consapevolezza, cosa fa di tutte queste ovvietà un territorio aperto in cui tornare a vivere e sognare? Mi tornano alla mente le righe ricopiate qualche tempo fa su un quaderno, un passo neanche troppo lungo di Dispacci, il libro-reportage scritto da Michael Herr sulla guerra del Vietnam:

“[…] ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi. Il problema era che non sapevi sempre cosa vedevi, se non dopo, forse anni dopo, che buona parte di quel che vedevi non arrivava mai alla coscienza, si limitava a restare immagazzinato nei tuoi occhi. Tempo e informazione, rock and roll, la vita stessa, non sono le informazioni ad essere bloccate, tu lo sei.

Ecco: se la letteratura non è altro che la continua risonanza di idee e sentimenti e sogni e incubi in luoghi ed epoche diverse, capisco allora che tutto sarebbe rimasto un’abbacinante parata di ovvietà se non ci fosse stata un’assunzione di responsabilità nei confronti del mondo circostante – dal generale, la società intera, al particolare, il lavoro culturale o gli spazi pubblici o la scuola o qualsiasi altra cosa che ci tocca da vicino. Anche se, ed è bene precisarlo subito, l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva che si deposita giornalmente nella mia casella postale e che presto si avvererà nelle forme meno prevedibili, non è una scelta. In tutto e per tutto, non siamo per nulla di fronte al bivio etico di una scelta definitiva:

Credo invece che siamo sempre responsabili delle nostre azioni. E liberi. Alzo la mano, sono responsabile. Giro la testa a destra, sono responsabile. Sono infelice, sono responsabile. Fumo una sigaretta, sono responsabile. Chiudo gli occhi, sono responsabile. Dimentico di essere responsabile, ma lo sono. No, è quello che ti dicevo prima. Voler evadere è un’illusione.

Jean-Luc Godard, scrivendo girando montando Questa è la mia vita, nel 1962, aveva ben chiara una cosa che solo in mezzo all’assoluto disastro si può comprendere: l’assunzione di responsabilità nei confronti del mondo circostante, più che con la possibilità di una scelta, ha un legame di sangue con la necessità.

A valle della breve storia tascabile: le reazioni.

Ovviamente, questa percezione non è un’esclusiva TQ. Si potrebbe perfino obiettare che ogni tempo abbia il suo disastro, e che ogni disastro generi in qualche modo i suoi anticorpi, e che i suoi anticorpi si muovano compatti allungando il proprio senso di colpa sulla storia, chiedendosi dov’erano prima, perché ci abbiano messo tutto questo tempo per intervenire, perché mai tutto debba avvenire sempre come una reazione contro qualcosa e/o qualcuno. Ma che sia il disastro o il senso di colpa o uno spirito del tempo o qualcosa che abbia a che fare con la riproduzione delle cellule – un fenomeno, insomma, nella sua costituzione e nei suoi esiti, totalmente mondano e assolutamente intimo e personale – questa necessità sembra essere avvertita da tutti. Ma in maniera diseguale. Da quando TQ si è esposta con i suoi primi manifesti sulla scena nazionale dei media, più che un dibattito culturale si è acceso il fuoco della polemica. A conti fatti, nel mare aperto del disastro, con qualche eccezione, moltissimi invece di puntare il dito verso Moby Dick, cercando di capire come e dove la balena corteggi le correnti, puntano il mirino della loro attenzione sul Pequod, stimando non tanto la gittata delle lance e degli arpioni, quanto la stazza della baleniera, e la numerosità dell’equipaggio, i tatuaggi e le cicatrici dei componenti dell’equipaggio, i rapporti genealogici tra i diversi componenti, senza tralasciare la tradizione di montare la mascherina del capitano Achab sul naso della prima vedetta a tiro. Addirittura le cose cominciano a rotolare peggio se si considerano le ultime epifanie giornalistiche. La necessità di un cambiamento di rotta è sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno la nomina apertamente, magari per timore di svegliare il mostro: al fuoco della polemica si preferisce la stilettata, il graffio, il buffetto, la strizzatina d’occhio. Di tutte le figure linguistiche, l’allusione, a tratti velenosa, ricorre come un ritornello. E sarà il disastro o il senso di colpa o uno spirito del tempo o qualcosa che abbia a che fare con la riproduzione delle cellule – proteggersi e ripararsi dagli urti della realtà, prima cosa – ma tutto sarebbe più ecologico se il mostro lo si nominasse nuovamente, e lo si continuasse a nominare: e tutti, TQ o meno, lo si guardasse dritto negli occhi.

A latere della breve storia tascabile: una consolazione.

[…] ma è pur certo, se può servirle da consolazione, che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.” (Cecità, José Saramago, 1995).