Andrea Cortellessa oggi su “La Stampa”, p. 36.

Sin dall’inizio il nuovo movimento ha dovuto subire un paragone impegnativo. Attenti: non sarà un nuovo Gruppo 63? Da un lato sottintendendo che chi prende la parola oggi non è all’altezza di chi l’aveva fatto quella volta; dall’altro insistendo che la nuova esperienza sarebbe marchiata da quelle medesime contraddizioni. (Curioso, annoto per inciso, che a insistere con maggiore insistenza sul parallelo siano coloro che più vorrebbero liquidare quella stagione; segno che proprio per loro resta quello, l’unico lavoro collettivo degno di nota nell’ultimo mezzo secolo.) I meno livorosi dei parallelisti non hanno mancato di notare, tuttavia, come mentre la neoavanguardia aveva puntato per lo più su parole d’ordine di poetica, è in un’analisi e in una serie di proposte politiche che si sono raccolti gli autori e i lavoratori intellettuali incontratisi a Roma in questa primavera-estate segnata dalle occupazioni del Teatro Valle e del Cinema Palazzo – dove non a caso s’è tenuta la seconda, decisiva assemblea del 24 luglio. (In realtà chi conosce gli autori che si diedero convegno sino allo spartiacque del ’68, sa bene che in comune – in sede estetica – avevano meno di quanto insieme rifiutassero; e che politica, anche allora, era la sostanza del discorso.)

La differenza, com’è ovvio, sta tutta nel mezzo secolo che da allora è passato. Se il Gruppo 63 da molto presto ha potuto contare su canali editoriali e mediatici pronti a recepire le novità di cui si faceva portatore, le proposte dei nostri documenti, finché le abbiamo avanzate come singoli, non hanno mai trovato reale udienza. Ancorché giungano al culmine di un processo di standardizzazione che un maestro come Gianni Celati ha potuto definire «genocidio letterario». In termini meno apocalittici: quella società culturale che negli anni Sessanta si stava entusiasticamente aprendo, negli anni Zero – dopo lungo armeggiare di chiavistelli – s’è finita di chiudere. E di questo si sono accorti in tanti. L’attenzione che TQ ha sollevato in questi giorni è anche la spia di un deficit di discussione da tempo avvertito. Le pratiche dell’industria culturale e della comunicazione, almeno da un decennio presentate come inconfutabili, sono ormai percepite come inautentiche dai loro stessi «utilizzatori finali», cioè i lettori.

Oggi come cinquant’anni fa, le accuse che ci si sente rivolgere sono fra loro opposte. Da un lato quella di voler occupare posizioni di potere, dall’altro quella di criticare il sistema dal quale si ottengono favori. Cioè – con la brutalità della saggezza popolare – di sputare nel piatto in cui si mangia. Alla prima accusa Umberto Eco tante volte ha risposto che, se si guarda alle biografie dei componenti del Gruppo 63, ci si accorge che più o meno tutti erano da tempo «entrati» (chi nei media, chi all’Università, chi appunto nell’editoria). Il che è vero altresì per la maggior parte dei TQ: questa è anzi per me l’unica giustificazione rimasta di un «taglio» generazionale, residuo della primitiva impostazione «antipolitica», dai più avvertito come respingente. Proprio perché già «dentro» la macchina editoriale abbiamo potuto articolare in un documento «tecnico» le proposte di correzione di rotta in questo settore, dando concretezza alle necessarie premesse politiche (cfr. il sito generazionetq.org). Ed è per questo che i documenti sono redatti da chi oggi ha trenta o quarant’anni, sì, ma sono rivolti in primo luogo a chi di anni magari ne ha venti e che nel mondo della comunicazione, dell’editoria e del lavoro intellettuale in genere, al momento, può solo ambire a entrare.

Quello che vogliamo, insomma, è proprio sputare nel piatto in cui mangiamo. Non c’è altro piatto, in effetti, in cui abbia senso sputare. Proprio perché conosciamo gli ingredienti utilizzati, le ricette impiegate, le condizioni di chi lavora in cucina e in sala, rivendichiamo il diritto-dovere di criticare gli orari di apertura, l’arredo dei locali, la composizione del menu. E, soprattutto, i prezzi delle portate.